12 giugno 2023

La banalizzazione del problema - parte II

Ecco, per l'appunto, questo articolo:

https://roma.corriere.it/notizie/cronaca/23_giugno_11/scuola-di-magistratura-di-scandicci-la-gaffe-del-relatore-sono-dei-gran-maleducati-ma-almeno-c-e-fi-b52c2e67-ff81-4166-a4d1-7b4a0026bxlk.shtml

Qui ci sono due problemi, almeno.

Il primo è la notizia in sé: un relatore, tale Daniele Domenicucci, si permette di usare un linguaggio volgare, immondo direi, per definire il pubblico femminile partecipante a una sua lezione. Se il mondo fosse un luogo serio e se le questioni sulla parità di genere e sulla dignità delle persone fossero trattate seriamente, tale personaggio dovrebbe essere sospeso da ogni incarico accademico e politico.

Il secondo è il tono e il vocabolario usato nell'articolo. Vi si leggono termini quali gaffe e scivolone, si apprende che il magistrato, poveretto, era francamente sconfortato dalla svogliatezza degli studenti. E cosa poteva fare se non usare espressioni da osteria?   

09 giugno 2023

La banalizzazione del problema

Da La Russa che invoca ceffoni ai figli maschi che mancano di rispetto alle donne, a Galimberti che si chiede "...come (la madre) l'ha cresciuto questo figlio", passando per chi, come Annalisa Cuzzocrea su La Stampa, sostiene che "sono le donne a dover ricevere un'educazione particolare ai sentimenti, per scongiurare dipendenze affettive e tossiche" o come Dacia Maraini che è convinta della necessità di vincolare il comportamento maschile partendo dalle scuole... La responsabilità dei femminicidi risiede quindi in scuola e famiglia.

Vero. Ma non basta.

Mentre la scuola e la famiglia hanno un palese e riconosciuto ruolo educativo, la società intera ha un effetto educativo non riconosciuto, pervasivo e, conseguentemente, potente. 

Le pubblicità che relegano le donne a un ruolo di secondo piano (la mamma che sorridente, accompagna alla porta di casa marito e figli che escono di casa la mattina), o ne sessualizzano i corpi spesso e volentieri, anche fuori contesto (come dimenticare "Saratoga il silicone sigillante"?). La TV di intrattenimento con le sue eterne vallette, sempre belle, magre, sorridenti, scosciate e zitte. I giornalisti che dedicano pagine su pagine al pensiero e alle azioni di uomini politici e al colore delle giacche della Merkel o al taglio di capelli della Clinton. I libri di storia della letteratura o dell'arte, della musica o della filosofia strapieni di nomi maschili e mai un nome femminile (ai miei tempi proprio mai, oggi qualcosa in più si vede...). I giocattoli. Certi gesti... come il padre della sposa che la consegna allo sposo all'altare. Lo spazio dedicato allo sport femminile. Una donna che fa un lavoro "da uomo" è considerata coraggiosa, una tosta, una intelligente (e tende a sentirsi in dovere di mascolinizzarsi nell'abbigliamento, di essere sobria). Di un uomo che sceglie professioni tradizionalmente femminili si pensa che non abbia poi molta voglia di darsi da fare, quando non addirittura si arriva a metterne in dubbio la virilità. Si ridicolizza un bambino che piange definendolo "femminuccia", una bambina vivace, estroversa e coraggiosa viene definita magari un maschiaccio, ma mai derisa.

Continuo?

Pensate alle premiazioni del motomondiale. Pensate alle mogli dei calciatori, così decorative. Pensate agli stipendi: stesse aziende, stessi ruoli, stessa anzianità, differenze significative anche se illegali. Pensate agli aggettivi che vengono usati per descrivere il carattere di un uomo e quello di una donna. Pensate a quanto vengono sottovalutati i sintomi fisici delle donne anche quando sono identici a quelli degli uomini: per infarto, ad esempio, il tasso di decessi fra le donne è 3 volte quello degli uomini e non perché le donne siano fisicamente più fragili, macché: è perché i sintomi non vengono riconosciuti, e di questa cosa metto il link

Mi fermo qui, tanto il mio punto è fin troppo chiaro.

Scuola e famiglia possono fare tanto, è vero, ma se non si cambia globalmente atteggiamento non si andrà da nessuna parte.

01 giugno 2023

Scusate il francese...

Quando il discredito dei corpi intermedi (qui ciò a cui i riferisco) induce un geometra più vicino ai 90 che agli 80 e il suo arrogantissimo figlio (maschio-quindi-ha-ragione) a sindacare sulla validità di una terapia proposta da una specialista che si è fatta 11 anni di studi universitari e 20 di clinica e aggiornamenti, ecco che (sorry) l'incazzatura sale e sale fino a lambire il Primo Mobile!

E qui mi fermo

25 maggio 2023

Versiamo un po' di vino nell'acqua del Tamigi

Faccio una doverosa premessa: sono ignorantissima, ma non lo dico come fanno alcuni per sottolineare la propria supposta -e spesso infondata- superiorità intellettuale, no no, sono davvero ignorantissima, quindi prendete i miei commenti per quello che sono.

Ieri sera siamo andati all'opera a vedere il Falstaff, opera a me sconosciuta. Devo innanzitutto confessare che, data la somiglianza di nome tra Falstaff e Faust, pensavo a una trama cupa e drammatica, un dialogo fra terra e inferi, con una conclusione tutta salvezza o condanna dell'umanità... robetta leggera. Invece è la solita commedia degli intrighi, con i noti maneggi di omuncoli per accaparrarsi i favori delle belle di turno e le furbe reazioni di queste. Niente di male, ci mancherebbe: fortuna che ho letto la trama, così sono arrivata preparata.
Ora però sono perplessa: perché le scene di un'opera buffa, che nasce per far ridere, nella quale ricchi ubriaconi gozzovigliano e pianificano imbrogli, perché dicevo è stata posta in un ospedale? Il vino nelle flebo, gli osti dottori, gli avventori pazienti nei letti, le belle vestite da infermiere?? 
Che l'amore, o quantomeno l'interpretazione che dell'amore danno Falstaff e Ford, che l'amore sia una malattia?

Chiedo perdono ai melomani veri...

11 maggio 2023

Studenti fuori sede

L'Inghilterra ha una montagna di difetti, una montagna, ma su una cosa ha da dare lezioni: l'aspetto economico della vita da studenti universitari.

Le tasse universitarie sono altissime, 9.250 £/anno nelle università pubbliche, ma sono interamente coperte da un prestito statale automatico e universale. 

Esistono prestiti che coprono le spese vive che vengono erogati a richiesta e le cifre variano da 4500 a 9000 £/anno in funzione del reddito della famiglia ma nessuno resta escluso, basta chiedere.

Tutti gli studenti, tutti, hanno diritto a una stanza in alloggi gestiti direttamente dalle università, talvolta stanze nei college, altre stanze in case esterne, ma nessuno è obbligato a una caccia al tesoro degradante e onerosa. Il prezzo dell'affitto è calmierato e comprende le spese: corrente e riscaldamento, internet, le pulizie, la biancheria da letto, l'accesso alla mensa a prezzi monitorati, le biblioteche, le palestre. Il costo dell'alloggio, che dipende dalle università, raramente supera il prestito dello stato.

Copiare talvolta è lecito.


28 aprile 2023

Dalla mia finestra


Il vecchio cane porta al guinzaglio un ancor più vecchio signore. Un giacchetto di velluto marrone a coste, come si usavano quand’era giovanotto, di quelli col collo di pelliccia di agnello, di un bianco lattiginoso e dall’aspetto poco pulito, ovviamente riccia. I capelli non completamente bianchi, le scarpe lucide. Ha gli stessi colori del suo compagno di passeggiata e, come lui, ogni tanto ha bisogno di fermarsi a riprendere fiato. Il cane si sdraia a terra dietro una macchina parcheggiata, la lingua fuori; l’ometto si ferma pazientemente e pazientemente lo guarda, lasciando ciondolare il più inutile dei guinzagli. Pochi secondi bastano, poi il cane solleva la testa e, si vede lo sforzo dei vecchi muscoli, prova a rialzare prima il didietro, ma desiste e riprova con le zampe anteriori, con uguale fatica ma maggiore successo. L’uomo lo aspetta, non lo sollecita né lo aiuta. Riguadagnata la posizione eretta, scodinzola tronfio e, ostentando un’aria indifferente, prende a trotterellare davanti all’uomo con una sicumera che fa sorridere. Il vecchio signore gli cede il passo e si fa condurre. Attraversano la strada, a quest’ora quasi deserta, e proseguono verso il centro, seguendo un itinerario vecchio di chissà quante passeggiate, fino a perdersi dietro gli edifici.

27 aprile 2023

Ho capito che...


…chi fa da se fa per tre è una fesseria inventata da chi non ha voglia di darti una mano, che la primavera mi fa paura perché ci si deve alleggerire e io non so mai da che parte cominciare e anche perché poi arriva l’estate e io odio profondamente il caldo.

Ho capito che sono brava a studiare, posso imparare quasi tutto ma poi usare quello che ho imparato… beh, questa è tutta un’altra faccenda.

Ho capito che ci sono più libri belli ancora da leggere di quanti ne abbia già letti, e che la stessa cosa vale per la musica, e i luoghi nel mondo e l’architettura, e che non basta una vita per goderne.

Ho capito che le piante hanno bisogno di acqua (ma non troppa), di nutrimento (ma non troppo), di luce (ma non troppa). Hanno anche bisogno della vicinanza di altre piante purché compatibili e alla giusta distanza perché hanno bisogno di aria, ma non troppa.

Che non sono capace di non portare rancore: certe ferite non si sono mai rimarginate e, temo, mai lo faranno e non sono proprio sicura che sarò sempre capace di non tirare tutto fuori. Lo spero, però, perché facendolo causerei un dolore inutile.

Ho capito che faccio davvero molta fatica a dire di no, poi ne pago tutte le conseguenze.

Che i profumi e i rumori della natura mi fanno stare bene.

Che il momento più difficile di un allenamento è mettersi le scarpe da ginnastica.

Che meno li rincorri più frequentemente e volentieri tornano. Parlo dei figli, ma forse vale anche per altri.

Che, se i bambini sfidano il loro equilibrio camminando sul cordolo del marciapiede quando ne incontrano uno, gli adulti sfidano il loro equilibrio camminando sul cordolo della loro esistenza ogni giorno, e si fa una fatica immonda.

Che del Politecnico amavo il glicine che, in Aprile, fioriva al cancello del Rettorato e riempiva di profumo i nasi di frotte di frettolosi studenti e di rari passanti. E forse nient’altro.

Che mi piace il caffè e anche il rito del caffè.

Che di una foto bella si dice che sembra un quadro e di un quadro bello si dice che sembra una foto… buffo! (Il fatto che un quadro sembri una foto non porta me a definirlo “bello”, ma questo è argomento di un altro post!).

Ho capito soprattutto che quello che ho capito non è definitivo, che domani potrei capire che non avevo capito niente e ricominciare tutto da capo.