Una sera del 1976 ero in sala a guardare la TV con mia mamma e mia zia. Mio fratello era in cameretta a giocare, mio padre al lavoro. Ad un certo punto mia mamma ha sentito tintinnare il lampadario perciò ha sgridato mio fratello: "Stefano piantala di saltare sul letto!" Abitavamo in un'antica palazzina con i solai in legno, bastava un salto per farli oscillare. Mio fratello a quel punto è uscito dalla cucina, piagnucolando che non era colpa sua se il lampadario tintinnava perché non stava saltando... Il giorno dopo il Corriere della sera riportava la notizia del terremoto in Friuli: morti e devastazione in prima pagina, la prima notizia di cronaca che io ricordi.
Pochi mesi dopo Dario, un mio compagno di scuola, si è trasferito con la famiglia a Udine ed io non capivo: come si può portare un bambino a vivere dove ci sono i terremoti???
La società che non viene illuminata dai pensatori, finisce ingannata dai ciarlatani - de Condorcet
23 maggio 2017
Ricordi...
19 maggio 2017
09 maggio 2017
Eccomi
Non scrivo da tantissimo, colpa di un esame che mi ha completamente assorbita per un paio di mesi.
Sono sopravvissuta allo studio (non faccio esami da vent'anni, approssimando tanto ;-) e su un argomento totalmente nuovo!) allo stress, al caldo poi al freddo... Ora, ripresi i ritmi consueti, passo dal blog almeno per un salutino :-)
Sono sopravvissuta allo studio (non faccio esami da vent'anni, approssimando tanto ;-) e su un argomento totalmente nuovo!) allo stress, al caldo poi al freddo... Ora, ripresi i ritmi consueti, passo dal blog almeno per un salutino :-)
31 marzo 2017
Volevo scrivere un romanzo...
...o almeno un racconto. L'avrei intitolato "L'inferno è una vita andata male" e avrei narrato la vicenda di una persona che ci prova ma non ci riesce. Non una di quelle disperate che in caso di insuccesso spariscono fisicamente, no. Una di quelle persone che in caso di insuccesso spariscono dallo sguardo della gente, finiscono nel novero di quelli che non contano, che se ci sono vabbè, se non ci sono vabbè lo stesso. Quelle delle quali gli (ex?) amici dicono "poverina, ci ha provato", tipo i Malavoglia, per chi conosce il genere... ah, già, i Malavoglia l'hanno già scritto...
Mettiamo giù la penna, va', che è meglio.
17 marzo 2017
Voucher
Lo so: non ho titoli per esprimere un parere autorevole sulla questione dei voucher (che magari poi interessa soltanto me), però posso esprimere un'opinione, che spero semplice e non semplicistica.
Penso che la rinuncia a controllarne l'uso sia una dichiarazione di resa consegnata dallo stato alla società (in)civile. Penso che i voucher avrebbero potuto contribuire a limitare il ricorso al nero per le piccolissime prestazioni rese in modo discontinuo alle famiglie: le ripetizioni una tantum prima delle verifiche, un'aiuto a pulire i vetri prima di Pasqua, la passeggiata quotidiana del cucciolo di casa o la pappa al gatto durante il primo we di primavera. O il lavoretto estivo degli universitari (quando lo capiranno, in Italia, che è anche così che si cresce?).
Sarebbero dovuti essere una cosa facile: compro il blocchetto in posta e stacco un tagliando all'occorrenza e bon, morta lì. E invece ci ha messo lo zampino da una parte l'ufficio complicazioni affari semplici, mai "sotto organico", e dall'altra il favoloso talento di imprenditorucoli da quattro soldi capaci di approfittare di qualunque scappatoia le norme lascino intravedere.
E così salta tutto. Peccato
PS: Un'ultima considerazione per completare lo sconfortante quadro: indire un referendum sui voucher sarebbe stata un'idiozia colossale. Poi non ci fanno votare sull'eutanasia!
Penso che la rinuncia a controllarne l'uso sia una dichiarazione di resa consegnata dallo stato alla società (in)civile. Penso che i voucher avrebbero potuto contribuire a limitare il ricorso al nero per le piccolissime prestazioni rese in modo discontinuo alle famiglie: le ripetizioni una tantum prima delle verifiche, un'aiuto a pulire i vetri prima di Pasqua, la passeggiata quotidiana del cucciolo di casa o la pappa al gatto durante il primo we di primavera. O il lavoretto estivo degli universitari (quando lo capiranno, in Italia, che è anche così che si cresce?).
Sarebbero dovuti essere una cosa facile: compro il blocchetto in posta e stacco un tagliando all'occorrenza e bon, morta lì. E invece ci ha messo lo zampino da una parte l'ufficio complicazioni affari semplici, mai "sotto organico", e dall'altra il favoloso talento di imprenditorucoli da quattro soldi capaci di approfittare di qualunque scappatoia le norme lascino intravedere.
E così salta tutto. Peccato
PS: Un'ultima considerazione per completare lo sconfortante quadro: indire un referendum sui voucher sarebbe stata un'idiozia colossale. Poi non ci fanno votare sull'eutanasia!
20 febbraio 2017
Corsi e ricorsi...
Mi sono alzato.
Mi sono alzato così impetuosamente che la sedia è andata a sbattere contro il banco dietro di me: l’aula è piccola e noi siamo tanti, si sta ammassati e l’aria, dopo due ore di lezione, diventa irrespirabile. Anche adesso è irrespirabile, ma sono solo le 8, probabilmente sono io che non respiro bene. Improvvisamente mi sento troppo: troppo alto, troppo spettinato, troppo agitato; ho le gambe molli, il pavimento sotto i piedi ondeggia e mi tremano le mani… mi tremerà anche la voce? Mio Dio ti prego, fa che non mi tremi la voce!
Il prof è ancora sulla porta, la mano sulla maniglia, mi guarda con aria interrogativa. Gli altri hanno smesso di fare quello che stavano facendo e guardano me, in piedi, rosso per l’emozione.
Il prof chiude la porta e cammina verso la cattedra. Nessuno fiata, la classe non è mai stata così silenziosa.
Immagino il preside che lo convoca, immagino lui che, zitto e in piedi, ascolta le dotte considerazioni del dirigente sui voti e sulla necessità di adeguare il suo metro di giudizio a quello della scuola, lui che prende atto delle lamentele dei nostri genitori, lamentele che noi non abbiamo mai sollecitato e delle quali un po’ ci vergogniamo. Immagino il prof mentre entra in sala professori, i suoi “colleghi” che lo sostengono, sì, ma di nascosto, tanto è sufficiente che sia uno a “smazzarsi” il lavoro sporco, due o più di due renderebbero un cattivo servizio alla scuola: atmosfera inutilmente punitiva, bassi voti di maturità, cattiva fama e conseguente calo delle iscrizioni.
Ripenso all’ultima verifica di latino e al 3 e mezzo che ho portato a casa. Certo avrei preferito un 6. Anche un 5,5 poteva andare, almeno non dovrei fare tutta questa fatica per recuperare. E’ per questo che hanno scelto me per parlare: i sufficienti sarebbero apparsi crudeli e indifferenti alle difficoltà della classe, chi ha preso meno di me non aveva una gran voglia di esporsi. Esporsi a far cosa, poi non l’ho capito: abbiamo scritto tutti insieme il testo che ora devo leggere (Dio fa che non mi si incrini la voce!), lo condividiamo appieno e io non sono neppure il rappresentante!
Immagino di quale umore fosse il prof tre giorni fa, quando è entrato in aula con le verifiche in mano. Abbiamo fatto uno sfacelo: un 7, tre voti fra il 6 e il 7 e 19 insufficienza fra le quali sette verifiche sotto il 3. Certo, la versione era difficile, però però… l’ha scelta per farci cadere? Nessuno di noi lo pensa. Ha registrato solo le sufficienze, rassegnato a “adeguare il suo metro di giudizio a quello della scuola”, a noi però non ha chiesto cosa pensiamo della reprimenda del preside, ha creduto che saremmo stati contenti dell’insperata grazia dell’annullamento delle insufficienze, non ha avuto fiducia in noi ed è questo che fa male, certo non un 2 in latino!
Il prof si siede e continua a guardare me e il foglio che tengo in mano. Non posso più aspettare, le mani tremano ancora, ma poco.
Leggo, la voce ferma.
“Prof, non smetta di credere in noi. Non è un due che ci impedisce di crescere, sono i sei regalati. Abbia fiducia in noi come noi abbiamo fiducia in lei. Prof, non smetta di credere in noi…
Mi sono alzato così impetuosamente che la sedia è andata a sbattere contro il banco dietro di me: l’aula è piccola e noi siamo tanti, si sta ammassati e l’aria, dopo due ore di lezione, diventa irrespirabile. Anche adesso è irrespirabile, ma sono solo le 8, probabilmente sono io che non respiro bene. Improvvisamente mi sento troppo: troppo alto, troppo spettinato, troppo agitato; ho le gambe molli, il pavimento sotto i piedi ondeggia e mi tremano le mani… mi tremerà anche la voce? Mio Dio ti prego, fa che non mi tremi la voce!
Il prof è ancora sulla porta, la mano sulla maniglia, mi guarda con aria interrogativa. Gli altri hanno smesso di fare quello che stavano facendo e guardano me, in piedi, rosso per l’emozione.
Il prof chiude la porta e cammina verso la cattedra. Nessuno fiata, la classe non è mai stata così silenziosa.
Immagino il preside che lo convoca, immagino lui che, zitto e in piedi, ascolta le dotte considerazioni del dirigente sui voti e sulla necessità di adeguare il suo metro di giudizio a quello della scuola, lui che prende atto delle lamentele dei nostri genitori, lamentele che noi non abbiamo mai sollecitato e delle quali un po’ ci vergogniamo. Immagino il prof mentre entra in sala professori, i suoi “colleghi” che lo sostengono, sì, ma di nascosto, tanto è sufficiente che sia uno a “smazzarsi” il lavoro sporco, due o più di due renderebbero un cattivo servizio alla scuola: atmosfera inutilmente punitiva, bassi voti di maturità, cattiva fama e conseguente calo delle iscrizioni.
Ripenso all’ultima verifica di latino e al 3 e mezzo che ho portato a casa. Certo avrei preferito un 6. Anche un 5,5 poteva andare, almeno non dovrei fare tutta questa fatica per recuperare. E’ per questo che hanno scelto me per parlare: i sufficienti sarebbero apparsi crudeli e indifferenti alle difficoltà della classe, chi ha preso meno di me non aveva una gran voglia di esporsi. Esporsi a far cosa, poi non l’ho capito: abbiamo scritto tutti insieme il testo che ora devo leggere (Dio fa che non mi si incrini la voce!), lo condividiamo appieno e io non sono neppure il rappresentante!
Immagino di quale umore fosse il prof tre giorni fa, quando è entrato in aula con le verifiche in mano. Abbiamo fatto uno sfacelo: un 7, tre voti fra il 6 e il 7 e 19 insufficienza fra le quali sette verifiche sotto il 3. Certo, la versione era difficile, però però… l’ha scelta per farci cadere? Nessuno di noi lo pensa. Ha registrato solo le sufficienze, rassegnato a “adeguare il suo metro di giudizio a quello della scuola”, a noi però non ha chiesto cosa pensiamo della reprimenda del preside, ha creduto che saremmo stati contenti dell’insperata grazia dell’annullamento delle insufficienze, non ha avuto fiducia in noi ed è questo che fa male, certo non un 2 in latino!
Il prof si siede e continua a guardare me e il foglio che tengo in mano. Non posso più aspettare, le mani tremano ancora, ma poco.
Leggo, la voce ferma.
“Prof, non smetta di credere in noi. Non è un due che ci impedisce di crescere, sono i sei regalati. Abbia fiducia in noi come noi abbiamo fiducia in lei. Prof, non smetta di credere in noi…
02 febbraio 2017
Studenti
C'è Florence, che ha avuto l'influenza e che perciò ha perso la gita, povera.
C'è Focolo, che non è mai andato a scuola e traccia con la penna solchi sul foglio, perchè se scrivi forte scrivi di più.
C'è Eugen, di professione meccanico, che legge di tutto e fa mille domande.
Ci sono Daniel e Buba, diciassettenni scansafatiche ma veloci come schegge a finire gli esercizi prima degli altri
Ci sono i due nuovi: uno dice di chiamarsi Lorenzo ma ci credo poco, l'altro ha un nome pieno di b di k di y e ancora non ho imparato a pronunciarlo. Parla un inglese veloce e preciso, non gli sto dietro.
Poi c'è Francis, il più bravo e il più silenzioso, e Sylla che sarà alto due metri.
C'è Damien che fa domande tipo qual è la differenza fra essere e stare...
E poi ci sono io che osservo e imparo.
Chissà se avrò mai una classe mia...
C'è Focolo, che non è mai andato a scuola e traccia con la penna solchi sul foglio, perchè se scrivi forte scrivi di più.
C'è Eugen, di professione meccanico, che legge di tutto e fa mille domande.
Ci sono Daniel e Buba, diciassettenni scansafatiche ma veloci come schegge a finire gli esercizi prima degli altri
Ci sono i due nuovi: uno dice di chiamarsi Lorenzo ma ci credo poco, l'altro ha un nome pieno di b di k di y e ancora non ho imparato a pronunciarlo. Parla un inglese veloce e preciso, non gli sto dietro.
Poi c'è Francis, il più bravo e il più silenzioso, e Sylla che sarà alto due metri.
C'è Damien che fa domande tipo qual è la differenza fra essere e stare...
E poi ci sono io che osservo e imparo.
Chissà se avrò mai una classe mia...
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